Il Messaggero - Roma
Alberto Bevilacqua
Alla Galleria “George Lester” in via Mario dei Fiori espone il pittore Mohsen Vasiri. Questo artista d’origine persiana è fra i più interessanti che io abbia conosciuto in questi ultimi tempi.
Egli stesso mi ha raccontato come è nata la sua intuizione poetica che ha un legame sottile fra un mondo di antichissima civiltà e il nostro moderno. Egli ha osservato un giorno come la mano di un fanciullo cerchi non solo di costruire qualcosa sulla sabbia, ma con le sue dita scavi e tracci linee sottili e intrecciate. Non è quel gesto il cercare quello che è nell’intimo dell’uomo, giorno per giorno e che si ripete come sentimento espresso e poi soccombe alla morte e questo in tutte le età e in tutti tempi?
L’artista ha tracciato quel gesto prima come desiderio che si tende oltre i confini dello spazio, poi nel suo continuo ripetersi, in un tracciato di segni che si intersecano. Segni di colore con una nota dominante che può essere il rosso o iI giallo col nero, o il nero con il grigio. Non è un geto che meccanicamente si ripete ma che riflette una sensibilità poetica profonda e, dicevo unisce un’antichissima civiltà a nostri giorni nella sua coerenza ed essenzialità di ordine.
Un ordine che è al fondo dl una meritata natura orientale così come lo rivela il prezioso tappeto arabescato. Solo che qui non si tratta di un segno di carattere decorativo, ma allusivo di uno stato d’animo, di una percettibile realtà dello spirito che avverte con raffinata sensibilità pittorica la condizione dell’uomo presente. Più che mai teso net gesto continuo di ricercare e costituire qualcosa per non soccombere alla morte.
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