1954
In primavera, grazie agli sforzi di Parviz Nattel-Khanlari (1913-1994) e al sostegno della Sokhan Publications, si tiene una mostra delle sue opere all’Istituto culturale tedesco-iraniano.
1955
In agosto parte per l’Italia ed entra all’Accademia di Belle Arti di Roma, aspirando a nuovi traguardi e aprendo una finestra a grandezza naturale sul mondo. “Essere all’accademia significava essere a stretto contatto con l’arte e la cultura del paese, conversare con i professori, vedere i musei e partecipare alle discussioni di classe, confrontare le varie forme d’arte; poco a poco, quell’esperienza mi stava dando ciò che cercavo,” egli afferma più tardi.[1] Oltre a tutto questo, Vaziri avrebbe imparato molto di più da quello che stava accadendo fuori dall’accademia.
I suoi primi anni in Italia coincisero con l’affermazione di alcuni nuovi movimenti dell’arte astratta come il tachisme, l’arte informale e l’art autre. Liberi da qualsiasi riferimento esterno, i movimenti non erano dovuti a nessuna forma calcolata, ma rappresentavano un’espressione inconscia. Michel Tapie, celebre critico d’arte francese e studioso del movimento, spiega che l’arte astratta non geometrica è un tipo di scoperta nonché un modo per arrivare dalla consapevolezza intuitiva alla natura genuina.
Mentre l’arte informale, come combinazione di pittura, calligrafia e materiali non convenzionali, era considerata uno « stile » europeo, l’espressionismo astratto (che si spingeva fino all’action painting e al colour-field painting) era il movimento moderno che andava per la maggiore negli Stati Uniti. I pittori della scuola di New York, come i loro colleghi europei, consideravano l’impeto inconscio come fonte dell’ispirazione artistica e sottolinearono l’atto di dipingere. Ciononostante, Clement Greensburg, il critico d’arte americano, pensava che gli americani conoscessero meglio la natura bidimensionale della pittura. In quegli stessi anni una collezione dei pittori della scuola di New York viaggiò per tutto il continente per dimostrare il carisma vigoroso esercitato dagli artisti americani nel mondo moderno. Indubbiamente le acquisizioni di Vaziri del periodo ebbero un’influenza fondamentale sull’evoluzione della sua arte e del suo stile. “Studiando e analizzando le nuove correnti dell’arte moderna, arrivai alla conclusione che la pittura non è la ricostruzione della realtà oggettiva, ma l’artista deve creare qualcosa che non è mai esistito prima,” dice Vaziri.[2]
[1] Samad Chini-Forushan, intervista con Mohsen Vaziri-Moqaddam, novembre 2000
[2] Shoja-Reza Anvari, intervista con Mohsen Vaziri-Moqaddam, Asre-Jonoub, 20 luglio 2002
1956
In aprile Vaziri mise in mostra i suoi dipinti figurativi alla Galleria d’arte Portonovo di Roma. La collezione era il risultato di un’esperienza originale che impiegava gli elementi tradizionali iraniani e attrasse l’attenzione del Prof. Franco Gentilini dell’accademia di Roma.
Nella prefazione al catalogo Gentilini scrive: “I suoi disegni prevedono un delicato tessuto di colori, di sfondi dorati, di linee dritte e ricurve: un mondo pieno d’immaginazione e di sogni vividi.
Le sensazioni dell’artista ardono per ripetere le antiche credenze della sua terra natale in un linguaggio moderno, e risalire alle origini di questi dipinti non è compito facile.
Essi si rifanno alle antiche tradizioni persiane e si collegano ai tempi gloriosi dei Sassanidi, ai dipinti murali della città di Neyshabur, allo stile visivo dell’era dei Selgiuchidi, ai dipinti di Mowlana-Khalil e alla scuola d’arte dei Timuridi. Talvolta Matisse e l’arte francese influenzano l’arte di Vaziri.
La presenza di Vaziri all’Accademia di Belle Arti di Roma (1955) e la sua conoscenza della pittura del mondo latino, che in certa misura si avvicina all’arte del suo paese, sono tra gli stimoli più significativi della sua arte.”
Nello stesso anno si tenne una mostra delle sue opere figurative alla Galleria Die Brucke di Düsseldorf, mostra che venne poi trasferita alla Galleria Stenzel di Monaco di Baviera.
1957
La Galleria Schneider di Roma mette in mostra i dipinti più recenti di Vaziri, dove egli sfrutta al massimo la semplificazione cubista e alcuni motivi antichi. Benché questa unione di elementi orientali e occidentali attiri l’attenzione dei suoi professori dell’accademia, egli non è ancora completamente convinto della strada che ha intrapreso.
Per questo motivo chiede a Toni Scialoia, professore ricercatore all’accademia, una sua opinione: “Se vuoi essere un pittore normale mantieni questo passo, ma se stai provando a diventare un artista dimentica tutto quello che hai fatto e ricomincia daccapo.” “Non era un compito semplice”, dice Vaziri, “dopo tutte le tensioni che avevo provato. Decisi però di trascurare il mio passato e seguii i suoi corsi per sei mesi, facendo qualsiasi tipo di pratica. Fu il periodo in cui imparai la concezione di pittura astratta e come creare spazi visivi.”[1]
[1] Catalogo della mostra di Vaziri alla Takhte-Jamshid Gallery
1958
Vaziri partecipa alla XXIX Biennale di Venezia con l’opera “Una città persiana” (olio, 75 x 100 cm).
Vince il terzo premio (medaglia di bronzo) e il Diploma di Merito (riservato solo agli artisti stranieri) al “Premio Via Margutta”, organizzato dal Comune di Roma.
Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma discutendo una tesi su “Mondrian e la sua influenza sull’arte del XX secolo.” Con il passare del tempo egli abolisce la pittura realistica e comincia a studiare i materiali, gli schemi, il ritmo e i prospetti espressivi delle linee.
La sua pittura astratta monocromatica, risultato di alcune pennellate rapide, è ovviamente influenzata dall’arte informale; questa fase dura circa due anni. Una di queste opere astratte partecipa al Premio internazionale di Ravenna e riceve il Diploma d’Onore e il Premio del Presidente del Consiglio. Intitolato “Ritmo della rete da pesca sul canale”, questo dipinto a olio è custodito nella collezione della Presidenza del Consiglio.
1959
Verso la fine del 1959 Vaziri esibisce alcuni suoi dipinti astratti alla Galleria d’arte Trastevere di Roma.
Eppure, Vaziri è ancora alla ricerca di un modo particolare eindividuale: finalmente, nella tarda primavera del 1959, sulle sponde del lago di Albano ricoperte di sabbia nera raggiunge il suo scopo. Egli ha citato molte volte questa esperienza giocosa come il punto di svolta della sua carriera artistica: “Stavo giocando con la sabbia nera presente sulla riva per divertire i miei amici. Improvvisamente, le tracce delle dita sulla sabbia attirarono la mia attenzione: mi venne una nuova idea, mi tornarono in mente le memorie dell’infanzia, quando giocavo con la sabbia… mi ricordavo di qualcosa che avevo già fatto in passato. Un gioco inutile era già stato trasformato in pratica visiva. Finii di giocare con i miei amici e me ne tornai a Roma con un sacco di sabbia.
Trovare forme nella sabbia era un passatempo e ci vollero mesi prima che trasferissi su tela gli schemi che avevo ricavato.”[1]
L’approccio di Vaziri era basato sulla sua profonda comprensione dell’arte astratta e sulla conoscenza dei movimenti dell’arte contemporanea che piacevano ad alcuni critici eminenti, come Giulio Carlo Argan. Questi disegni di modelli di sabbia continuarono fino al 1963 e vennero esibiti in alcune mostre.
[1] Samad Chini-Forushan, intervista con Mohsen Vaziri-Moqaddam, novembre 2000
1960
Vince il secondo premio (medaglia d’argento) in un concorso patrocinato dal Ministero del Turismo.
Vaziri partecipa alla II Biennale di pittura di Teheran con tre opere, tra cui “Moto ritmico” (olio, 150 x 100) e riceve il Royal Grand Prize. Questi dipinti fanno parte della collezione per la XXX Biennale di Venezia. Infatti, una ragione per cui era stata organizzata la Biennale di Teheran era selezionare le opere iraniane da inviare nel capoluogo veneto. Nello stesso anno Vaziri partecipa alla Quadriennale di Roma con alcuni dei suoi dipinti di sabbia.
In settembre il Deutscher Burcherbund di Monaco di Baviera organizza una mostra dei suoi dipinti di sabbia. Giulio Carlo Argan, professore di storia dell’arte moderna all’Università di Roma e direttore della Società dei Critici d’arte, scrive la prefazione al catalogo della mostra di Vaziri (l’articolo di Argan è pubblicato separatamente in questo catalogo).
La stessa collezione viene mostrata in novembre al Markisches Museum di Withen, sempre in Germania, e ha un’ampia eco sulla stampa. Il Westfalische Rundschau riporta che le opere di Vaziri sono ben accolte dal pubblico: “Vi è una tale risposta non solo perché Vaziri non segue il tachisme, ma anche perché egli ricerca un suo stile particolare…” [25 ottobre 1960] In un altro numero, c’è un articolo che analizza i quadri di sabbia dell’artista: “I dipinti di sabbia di Vaziri […] risentono ancora dell’influenza dello schema generale dell’arte informale, e i suoi quadri sono narrazioni continue di un motivo costante.
A prima vista essi sembrano libere rappresentazioni di grandi architetture pittoriche. Le linee collegate e unite sono rappresentate in modo omogeneo ed equilibrato; le figure geometriche sono forme visive abili e armoniche, e dividono la tela in modo organico. Tuttavia, quando arriviamo a considerare lo sforzo compiuto sull’opera d’arte, dobbiamo pensare due volte: Vaziri fa un passo indietro per mettere la sua arte in primo piano. Egli ricorda le linee geometriche originarie dell’infanzia, osservate sulle spiagge del suo paese, che gli hanno fornito la prima e più misteriosa ragione di vita e l’associazione intuitiva all’essenza della natura.
Ora Vaziri disegna questi segni e queste rappresentazioni forti con un vivido movimento nel vuoto dello spazio. Ma alla base di tale movimento c’è un’intenzione ambiziosa: egli cerca di trasformare le intuizioni concrete in metafore e in concetti astratti come il tempo e la posizione. Ciò necessita della consistenza di un tempo e di una posizione quadridimensionale come mezzo tangibile per dipingere. Le linee parallele, considerate le onde cosmologiche dell’ordine del mondo, mostrano i movimenti fondamentali dello spazio; questi possono essere visualizzati solo attraverso se stessi, sottoforma di movimenti dinamici, di tensione della pressione e contropressione e di intersezioni, poiché nel cosmo non vi è alcuna direzione verso il suo limite. Le strisce parallele, sottoposte a un processo di trasformazione continuo senza architetture stabili, e ciononostante stabili, e ordinate in modo rigorosamente geometrico, simboleggiano l’armonia funzionale dell’universo.
Accompagnati da sobrie armonie di colore ed eseguiti con una tecnica da virtuoso, i dipinti sono stati creati in modo alquanto abile.” [7 novembre 1960]
Il giornale Ruhr aggiunge: “Nella sala dell’ala destra del museo, Mohsen Vaziri-Moqaddam, artista iraniano di 36 anni, espone le sue opere più recenti, che sembrano arrivate a noi da un altro pianeta. Inoltre, abbiamo ammirato i suoi quadri di grandi dimensioni coperti di schemi rossi e neri che si sovrappongono e attraversano decisamente lo spazio, come se fossero sentieri che portano a un territorio inesplorato, o nell’occhio della mente o che salgono fino al cielo. Da dove provengono? E dove vanno?” [26 ottobre 1960]
1961
La Galleria Numero di Roma espone in ottobre una collezione degli ultimi lavori con la sabbia.
Il giornale Telesera scrive: “L’artista è coinvolto in una ricerca vigorosa e aggiornatissima nell’ambito dell’arte contemporanea. A dire il vero, la ricerca di Mohsen Vaziri si propone di esplorare concetti nuovi di spazio, che non è più geometrico o naturale ma che rivela soltanto il tempo interiore. Il tempo trascorre, rapido o lento, per assomigliare alla sua vita interiore. I segni di colore o di sabbia lasciati sulla tela, infatti, vogliono evidenziare le sensazioni dell’età dello smarrimento.” [6 ottobre 1961]
1962
In marzo la Galleria Numero di Milano espone una selezione di opere dell’artista che verrà poi presentata all’Institute for Contemporary Arts di Londra.
Vaziri partecipa al Concorso internazionale di pittura “Piccola Europa” a Sassoferrato e ottiene la Medaglia d’oro del Senato. In primavera viene inaugurata la III Biennale di Teheran, dove il Prof. Argan siede nella giuria: le opere con la sabbia dell’artista sono nominate per il Diploma di Merito e per la Medaglia d’oro, ma Vaziri non accetta la medaglia. Non è una sorpresa che l’opera “Sabbia nera” (100 x 50 cm) sia tra i lavori premiati inviati alla XXXI Biennale di Venezia.
Dopo otto anni di assenza, Vaziri compie una brevissima visita in Iran durante l’estate. Mentre è a Teheran, l’Ufficio nazionale di Belle Arti organizza una mostra dei suoi lavori con la sabbia e delle sue stampe alla Farhang Hall. Per l’occasione il Journal de Teheran scrive un articolo sulla vita e la carriera di Vaziri spiegando come realizza le opere con la sabbia, e pubblica inoltre la traduzione in francese dell’articolo di Argan “La mano dell’uomo sulla terra.” [25 luglio 1962]
Le opere di Vaziri partecipano a molte mostre: la Biennale internazionale di San Paolo in Brasile (rappresentante dell’Iran), la mostra alla Redfern Gallery di Londra, la mostra “Cento artisti astratti” al Museo di Pistoia.
1963
All’inizio di marzo la Galleria George Lester di Roma tiene una mostra dei suoi ultimi dipinti con la sabbia che attrae l’attenzione di molti critici d’arte italiani.
Palma Bucarelli, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, visita la mostra.
Il critico d’arte de Il Messaggero scrive dell’evento: “L’artista iraniano è uno dei personaggi più interessanti che abbiamo incontrato di recente.
Riguardo la sua ispirazione poetica, che fa da ponte tra una delle civiltà più antiche e la nostra, Vaziri dice: “Mi ricordo di avere notato una volta come la mano di un bambino, giocando con la sabbia, non si preoccupa di creare qualcosa: il bambino si preoccupa solo di tracciare con le dita linee che s’intersecano.
Non è forse la volontà di scoperta del genere umano che si ripete ogni giorno in forme diverse per finire poi con la morte? Questa realtà non si è forse ripetuta in ogni nostra età?” All’inizio Vaziri ottiene questo scopo per attraversare i confini dello spazio, poi, con la creazione infinita di schemi che si sovrappongono, egli crea motivi colorati con una nota dominante di rosso, giallo, nero, grigio o altre tonalità scure.
Non si tratta di un’azione meccanica ma di un’impressione poetica ripetuta […] Il suo ordine è la natura dell’ideologia orientale (come è mostrata nei preziosi tappeti persiani) senza caratteristiche ornamentali.
È l’immaginazione, o la realtà spirituale e percettibile, a illustrare le circostanze dell’uomo moderno con tale grazia artistica; l’immaginazione ripete le cose, ripete se stessa e si aggrappa a qualsiasi cosa per evitare di arrendersi alla morte.” [14 marzo 1963] Contemporaneamente alla mostra di Vaziri alla galleria Lester, il Prof.
Argan analizza la sua arte in un’intervista sulle arti visive trasmessa in un programma radiofonico: “Vaziri è un artista iraniano che lavora a Roma da molto tempo ed è indubbiamente una figura molto significativa dell’arte iraniana contemporanea.
Gli elementi delle sue opere sono estremamente semplici: sabbie colorate di tutti i tipi sono sparse sulla tela con gesti naturali della mano, come quando sulla spiaggia si formano e si disfano solchi e mucchietti di sabbia. Tuttavia il suo ritmo non è distratto da cose futili. Attraverso questi gesti e questi materiali, l’artista tenta di stabilire o di riscoprire una sorta di continuità ritmica tra sé e il mondo. Negli ultimi anni le intuizioni di Vaziri sono state ampiamente sviluppate.
La sua azione non si limita a un’evocazione poetica di un gioco infantile o a uno stato di rilassamento ma condivide i fatti, semplici e vicini alla natura; l’artista è in cerca di una continuità profonda, non solo di ritmo, ma di spazio e del tempo infinito del mondo.
In questo senso la pittura di Vaziri si colloca nella serie della “continuità poetica”, uno dei movimenti più importanti tra quelli che cercano di superare l’arte informale.” [22 marzo 1963] Vaziri partecipa come ospite alla IV Biennale “Oltre l’informale” nella Repubblica di San Marino. Come già ricordato, la ricerca di Vaziri è sempre stata molto accurata e ora egli ha trovato la sua collocazione nell’arte europea.
Ciononostante, pensa di tornare in patria, forse per migliorare il livello dell’educazione artistica del suo paese con le sue conoscenze e con la sua esperienza. È sposato da qualche anno con un’italiana sua compagna di studi e sembra che lei abbia la sensazione di vivere in Iran. Si trasferiscono in Iran ma non riusciranno a vivere insieme a lungo.
1964
Il Ministero dell’Arte e della Cultura chiede a Vaziri di insegnare presso il Collegio maschile d’arte di Teheran. All’epoca Hossein Kazemi (1924-1996) era il preside del collegio. Vaziri vi lavorò per due anni. Nello stesso anno, dietro invito di Hushang Seyhoun, decano della Facoltà di Belle Arti, l’artista collabora con Mahmud Javadipur nell’insegnamento universitario. Tuttavia, a causa di qualche disaccordo con il decano, la loro collaborazione non dura più di sei mesi.
In novembre e dicembre il Museo del Carnegie Institute di Pittsburgh, negli Stati Uniti, organizza una mostra di artisti di 35 paesi: uno dei dipinti di sabbia di Vaziri, prestato dalla Galleria Lester, viene presentato insieme a opere di Hans Arp, Pierre Soulages, Eduardo Chillida e di altri prominenti artisti internazionali. Il MOMA di New York acquista l’opera di Vaziri per la sua collezione.
1965
Il 4 marzo Vaziri, insieme alla Saba Gallery, organizza una mostra di strada di un giorno con le opere di giovani pittori di Teheran; il luogo è l’attuale Parco degli studenti. Si tratta di una manifestazione unica nel suo genere.
1966
Inizia a insegnare alla Facoltà di Arti decorative (l’attuale Università dell’Arte), e continua fino al 1973. Il suo metodo d’insegnamento è piuttosto originale: “Oltre ai corsi di tecnica della pittura, tenevo i corsi di disegno e di colore. La mia responsabilità maggiore era aprire la mente degli studenti alla creatività artistica. Dicevo loro come guardare la natura, come seguire l’immaginazione e le idee artistiche e come visualizzare il loro mondo interiore sulla tela. Mi ricordavo di varie tecniche artistiche (ecco la ricerca artistica) e insegnavo agli studenti a usare i mezzi visivi e materiali diversi; inutile dirlo, al centro di tutto vi era il disegno.”[1]
Dopo il ritorno in Iran per dedicarsi all’insegnamento, Vaziri rimane lontano dalla pittura per circa tre anni. Ma questa lontananza ha forse un’altra ragione: l’artista vuole abbracciare un nuovo metodo creativo. Egli non è più interessato, come in precedenza, ai suoi dipinti con la sabbia; ma può trascurare completamente le sue vecchie opere? Arriva a considerare le linee come il principio maggiore delle composizioni di sabbia, raggiungendo una sorta di astrazione geometrica, e getta le basi delle future tecniche costruttive tridimensionali. “Con il passare del tempo,” spiega Vaziri, “con un’esatta forma geometrica disegnai le impronte delle mie cinque dita su uno sfondo colorato, ritagliai le forme e le feci uscire. Le serie di rilievi del 1967-68 sono l’esito dei dipinti di sabbia. All’epoca prendevo molto in considerazione lo spazio costruttivo, la disciplina delle forme e il ritmo presi deliberatamente dalla ripetizione degli archi e dei tetti delle case presenti nei villaggi del deserto.”[2]Sulle ricerche costruttive dell’artista non è trascurabile l’influenza dello Stijl, del Bauhaus e, ovviamente, del movimento ottico-cinetico della prima metà degli anni Sessanta.
In quel periodo si trasferisce in una casa con un vecchio giardino in Maqsud-Beig Street a Tajreesh, dove trova lo spazio adatto per creare opere tridimensionali di grandi dimensioni. Egli abiterà e lavorerà in questa casa per oltre dieci anni, e di tanto in tanto i suoi studenti gli faranno visita.
1967
Continuando l’esperienza con fogli d’alluminio e di ferro e focalizzandosi sul dinamismo visivo, Vaziri usa molto i colori. Il suo schema consiste nel dipingere il retro delle strisce di metallo e nel mettere pezzi di legno dipinto tra di esse. La danza dei riflessi di luce sulle forme esposte e rinchiuse evidenzia le onde sulla superficie delle opere in rilievo.
Nello stesso anno Vaziri dà lezioni su Mondrian e Kandinsky alla Facoltà di Belle Arti e alla Facoltà di Arti Decorative; rende disponibili i testi delle lezioni agli studenti.
Riceve l’adesione per un anno alla Cité des Arts di Parigi dal Ministero dell’arte e della cultura; durante la sua permanenza a Parigi continua a produrre rilievi in alluminio. Le opere di Vaziri, di Sohrab Sepehri (1928-1980) e di altri artisti iraniani partecipano al Festival internazionale di Royan e dopo vengono esposte nella sede della televisione francese.
1968
Continuando l’esperienza con fogli d’alluminio e di ferro e focalizzandosi sul dinamismo visivo, Vaziri usa molto i colori. Il suo schema consiste nel dipingere il retro delle strisce di metallo e nel mettere pezzi di legno dipinto tra di esse. La danza dei riflessi di luce sulle forme esposte e rinchiuse evidenzia le onde sulla superficie delle opere in rilievo.
Nello stesso anno Vaziri dà lezioni su Mondrian e Kandinsky alla Facoltà di Belle Arti e alla Facoltà di Arti Decorative; rende disponibili i testi delle lezioni agli studenti.
Riceve l’adesione per un anno alla Cité des Arts di Parigi dal Ministero dell’arte e della cultura; durante la sua permanenza a Parigi continua a produrre rilievi in alluminio. Le opere di Vaziri, di Sohrab Sepehri (1928-1980) e di altri artisti iraniani partecipano al Festival internazionale di Royan e dopo vengono esposte nella sede della televisione francese.
1969
Invitato da Mohammad-Amin Mir-Fendereski, nominato da poco decano della Facoltà di Belle Arti, riprende a insegnare in questa facoltà e continuerà fino al 1976.
Il ritorno dalla Francia porta una nuova evoluzione nella sua carriera artistica. “Dal 1969,” annoterà più tardi, “basandomi sull’esperienza con i rilievi di metallo, incominciai a fare sculture di legno. Abbandonai le strisce di metallo e mi concentrai sui pezzi di legno tra di esse. All’inizio attaccavo i pezzi di legno insieme, formando angoli retti; si trattava a volte di legno intero, a volte di legno con archi e buchi. L’evoluzione razionale di queste sculture immobili mi spinse a produrre una serie di sculture articolate. All’inizio del 1970, invece di attaccare semplicemente i pezzi di legno, incominciai a unirli con dadi e bulloni per far sì che si aprissero e chiudessero proprio come le giunture del corpo umano…”[1]
In settembre i rilievi in metallo di Vaziri partecipano a una mostra collettiva di artisti contemporanei all’Art Festival di Shiraz.
1971
In luglio la Iran-America Society organizza una mostra delle sette sculture di legno di Vaziri (sia quelle immobili, sia quelle mobili) intitolata “Forme in transizione.” Mohammad-Amin Mir-Fendereski scrive una prefazione analitica alla brochure della mostra (il suo articolo è pubblicato separatamente nel catalogo).
Le opere di Vaziri e di qualche altro artista iraniano sono presenti al Festival internazionale di Cagnes-sur-Mer (Francia).
Vaziri analizza l’arte astratta durante una lezione alla Facoltà di Arti Decorative; gli studenti ricevono il manoscritto della dissertazione. Al tempo stesso, progetta e costruisce un’entrata della Facoltà di Scienze sociali a Nancy, in Francia (ma sembra che Vaziri non sia mai stato pagato).
1972
In dicembre la Tyler Art School di Roma (collegata alla Pennsylvania Temple University) mette in mostra una collezione delle sue figure di legno. Il Prof. Argan scrive la prefazione del catalogo (qui pubblicata come saggio separato).
Vaziri sposa una delle sue allieve, ma “il matrimonio fu un grosso errore e andò in frantumi poco dopo,” egli dirà in seguito.[1]
[1] Intervista al telefono, 4 novembre 2003
1973
In giugno la Seyhoun Gallery espone la produzione di Vaziri dei dieci anni precedenti. Behrouz Suresrafil, il critico d’arte del quotidiano Ayandegan, esamina il percorso artistico di Vaziri in un articolo: “Questo lasso di dieci anni comprende tre fasi: il periodo dei dipinti di sabbia, il periodo dei rilievi di plastica e di metallo e, infine, il periodo delle sculture lignee. Questo decennio rivela molto bene la carriera artistica di Vaziri […] Nei primi lavori con la sabbia, le forme occupano solo una parte dell’intera tela bianca, come se passassero attraverso lo spazio delimitato dagli estremi orizzontali e verticali. Man mano che le forme diventano più dense e la tela viene riempita di forme ricurve intrecciate, lo sfondo diventa più importante e gli strati di colore si manifestano sempre più […] Il punto più significativo di questo periodo è che l’artista è riuscito davvero a riempire il gap tempo/posizione come dimostrano le superfici delle sue tele bidimensionali. In altre parole, alla base delle sue opere non c’è solo un’idea favolosa, ma vi sono anche cura, efficienza e intimità con la natura, tutte caratteristiche evidenti in ogni suo quadro. La sabbia occupa la sua mente per un po’ di tempo, ma si trasforma gradualmente in segni della mano più profondi: ora l’artista non s’accontenta più dei segni leggeri della sabbia, quindi la superficie piatta della tela si strappa per trasformarsi in opere di plastica e di metallo. Fogli di plastica e di acciaio inossidabile vengono fatti a pezzi e infiammati. La composizione diventa più importante e il colore si materializza per essere più ampio e più chiaro; tuttavia, gli schemi paralleli, come creazioni della mano, rimangono difficili da individuare. Perciò, se le forme dipendevano da una superficie bidimensionale, i rilievi in plastica possono essere considerati lo sviluppo dei dipinti di sabbia (in questi lavori Vaziri utilizza lo spazio in modo dinamico). La dipendenza dalla superficie non dura a lungo e i frammenti di plastica e d’acciaio si liberano dalle restrizioni bidimensionali per crescere fino a diventare sculture lignee. Le sculture risentono ancora dell’influenza del periodo dei dipinti di sabbia nelle loro superfici e negli angoli intagliati: esse s’innalzano come un cumulo di rocce ondulate e presentano forme intrecciate in tre dimensioni. Le sculture del periodo sono al tempo stesso semplici e complesse, poco romantiche ma delicate. Eppure, tutto questo sembra non essere ancora abbastanza per l’artista: perciò fa a pezzi le sculture e le riassembla con giunture che si muovono sul loro asse e si trasformano in mostruose articolazioni di legno […] Ecco come il tempo entra nelle sculture. […] Inoltre, questa personale di Vaziri è tra le mostre recenti più ricche e di maggior successo.” [4 luglio 1973]
L’evento è riportato anche dal Keyhan International. Nella recensione della mostra, il corrispondente conclude: “L’emergere delle idee, la loro cristallizzazione e la loro espressione con mezzi diversi sono davvero geniali e notevoli.” [3 giugno 1973]
Vaziri tiene lezioni alla Facoltà di Arti Decorative intitolate “L’arte del disegno”, “Composizione” e “Scultura moderna”. Gli studenti ricevono i manoscritti delle dissertazioni.
1974
La Litho Art Gallery, situata a Teheran in Aban Street n.3, tiene una mostra delle sculture articolate di Vaziri e dei dipinti di Susan Farjam. Vaziri prepara tre libri intitolati Metodo del disegno (per le accademie artistiche), Guida alla pittura (per le facoltà artistiche) e Disegno (commissionato dal Ministero dell’Istruzione per le scuole superiori).
1975
In febbraio, con il patrocinio del Ministero dell’Arte e della Cultura, si tiene alla Galleria Takhte-Jamshid (situata a Teheran nell’odierna Taleqani Avenue) una mostra intitolata Mohsen Vaziri: una retrospettiva (1953-1974). Contemporaneamente, nel catalogo vengono inserite l’autobiografia, alcune foto dei suoi diversi periodi artistici e le opinioni di alcuni critici d’arte.
Per l’occasione, Behrouz Suresrafil rilegge gli sviluppi artistici di Vaziri in un articolo pubblicato sul quotidiano Ayandegan: “La natura che sta alla base dei diversi periodi dell’artista idealizza ora l’essenza della creazione nelle sculture, perfette e magnifiche, intitolate Pardiss (1974), spiegando le ali come un uccello meraviglioso: essa sbalordisce e occupa tutto ciò che le sta intorno. Nell’opera Pardiss (Paradiso) non vi è rimasta alcuna traccia di violenza o di mostruosità, ma vi sono curve più delicate e ritmi più tenui. Dopo Pardiss alcuni rilievi articolati e colorati annunciano una nuova fase nel percorso dell’artista. Pezzi tagliati, dipinti e senza forma, cambiano posizione sia rispetto a loro stessi sia rispetto allo sfondo e offrono a chi guarda la possibilità di prendere parte a questo processo creativo.” [19 febbraio 1974]
Il quotidiano Javanane Novine Iran (“La nuova generazione iraniana”) pubblica un’intervista con l’artista: “Non mi sono mai piaciute quelle sculture che rimangono ferme in un angolo; avevo bisogno di uno strumento da utilizzare come una mano, da aprire e chiudere ogni volta che volevo, e da posizionare ovunque.” [27 marzo 1974]
In occasione del decimo anniversario della Seyhoun Gallery, si tiene una mostra delle opere recenti di Vaziri nella galleria stessa; tranne alcuni piccoli pezzi di Pardiss, fatti con fogli di Plexiglas, le sue nuove opere sono un ritorno alla superficie. Infatti, disegni con forme organiche e geometriche e con linee parallele e intrecciate, e rilievi articolati basati sui disegni, rivelano un’altra fase della ricerca di Vaziri sul moto, sullo spazio e sul tempo. I rilievi, traboccanti di colori vividi, sono capaci di trasformarsi come le sculture mobili e consentono a chi guarda di condividere il processo di evoluzione.
1976
L’evento trova un’ampia risonanza sulla stampa. La rivista Tamasha, nel n.248 del 26 febbraio, dedica la copertina e la rubrica “Visitare una mostra” alle opere di Vaziri.
In ottobre la Galleria Santoro di Roma organizza una mostra di rilievi, dipinti e dei piccoli pezzi di Pardiss. In alcune opere appare la forma delicata di un uccello che vola via in contrapposizione alle invadenti forme intagliate. Si tratta dell’apice della carriera artistica di Vaziri ed è nota come la collezione “Paura e volo.” I critici e i curatori italiani sono attratti dai suoi lavori più recenti. Il quotidiano Il Popolo parla della mostra della Galleria Santoro e Toni Maraini, scrittrice e storica dell’arte, scrive un articolo sulle opere di Vaziri. Più tardi anche Alberto Moravia scriverà una recensione sull’arte del pittore e scultore iraniano.
1977
Verso la fine di settembre il Goethe Institute di Teheran organizza una mostra di opere di Behjat Sadr, Kamran Katuzian, Jangiz Shahvaq e Mohsen Vaziri-Moqaddam.
La Karteh Gallery (situata a Teheran al n.155 dell’odierna Entefazeh Avenue) festeggia il suo secondo anno di attività esibendo i piccoli pezzi di Pardiss e i pezzi della serie “Paura e volo.” Il corrispondente del giornale Ayandegan scrive: “È uno degli eventi artistici più importanti della stagione.” [2 ottobre 1977]
Il 3 ottobre anche il quotidiano Rastakhiz e il Journal de Teheran pubblicano la notizia dell’evento. Sull’Ayandegan Behrouz Suresrafil recensisce la mostra: “Il tema generale delle opere attuali di Vaziri è rappresentato dallo sforzo stilizzato di un uccello di liberarsi dalla rete di forme dure e incallite che si allungano come braccia meccaniche per divorarlo. Un tema così ovvio e letterale può essere un precipizio pericoloso per un artista che un tempo ha abbracciato i più puri modi di espressione. Tuttavia, ponendo l’enfasi sugli elementi visivi, sul problema della suddivisione dello spazio, sul contrasto tra i colori chiari e vividi e lo sfondo bianco, sulla sorprendente pulsazione delle linee e delle forme che configurano un ritmo visivo, Vaziri riesce quasi a risolvere il problema. Talvolta l’uccello si perde nelle forme intrecciate e diventa visibile in un secondo momento; oltre a ciò, il rapporto premeditato delle forme, che emerge in mezzo al caos in composizioni forti e bilanciate, è incessante e indebolisce l’influenza letterale e non visiva del soggetto.”
In ottobre apre il Museo di Arte Contemporanea di Teheran e le opere di Vaziri, insieme a quelle di altri artisti, sono messe in mostra. Pierre Restany, il celebre critico d’arte francese, è invitato alla cerimonia d’inaugurazione del museo e visita Vaziri nel suo studio. Passano un giorno insieme e Restany, prima di partire da Teheran, scrive le sue opinioni in una lettera a Vaziri (la lettera è pubblicata separatamente).

